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3 Aprile 2025

«Le interviste impossibili» dello scrittore Pasquale Carelli

Le interviste impossibili dello scrittore Pasquale Carelli a personaggi straordinari che hanno lasciato tracce indelebili nell’arte, la storia, la ricerca e la letteratura.

Forse per una divina coincidenza, la mia intervista a Dante Alighieri capita proprio nel giorno in cui ha concluso l’ultima terzina del centesimo canto; ciò vuol dire che ha finito il Paradiso e, naturalmente, tutta la Commedia. Entro nel suo studio con la sicurezza di trovarlo soddisfatto per l’immane fatica letteraria appena portata a termine, nonché con l’emozione di trovarmi alla presenza di un tale gigante della letteratura mondiale. Perciò, dopo averlo salutato anche con un inchino, esordisco nel modo che mi sembra più consono alla eccezionale situazione: “Maestro, incontrarvi è come uscire fuori dalla penombra quotidiana a riveder le stelle!”

Non l’avessi mai detto. Dante batte un pugno sul tavolo facendo saltare per aria calamaio, penne d’oca e pergamene, poi mi punta in faccia il naso aquilino e urla: “Anche tu, anche tu mi plagi!… Non basta la pubblicità a fare scempio della mia arte con quelle insulse parodie!”

“Ma che dite, maestro?… io intendevo soltanto rendere omaggio alla vostra poetica; non mi permetterei mai di mancarvi di rispetto, io sono venuto per farvi un’intervista, in tutta umiltà.” E, per dimostrargli la mia umiltà, mi inchino a raccogliere da terra le penne e tutto il resto; poi, mentre metto ordine sul tavolo, lui mi fa: “Scusami se mi sono adirato, ma sto attraversando un brutto momento.”

“Vi capisco, maestro: lo so bene che nella Firenze medievale, tra Guelfi e Ghibellini…”

“Ma quale medioevo, quali Guelfi e Ghibellini!” esclama lui. “Io mi riferivo al periodo attuale, quello vostro, quello del terzo millennio, che avete appena cominciato.”

“Voi vorreste dire che la nostra epoca è sciagurata come quella del Duecento e del Trecento?”

“E’ ancora peggio!” risponde seccamente lui.

“E perché?”

“Ti ricordi quando scrissi che l’Italia era una nave senza nocchiero in mezzo alla tempesta?…”

“E come no, maestro.”

“Ebbene, adesso, per quanto riguarda la navigazione, state messi ancora peggio!”

“Ho capito. Volete dire che, dopo sette otto secoli, ancora ci manca un nocchiero.”

“No!” risponde Dante. “Il vostro problema è che ne avete troppi di nocchieri; o meglio, avete troppi aspiranti alla guida della nave! E questo è un problema ancora più grave della mancanza assoluta di guidatori del natante.”

“E non è meglio così?” gli faccio io. “Tra tutti questi aspiranti, potremo scegliere quello migliore… democraticamente.”

“Democraticamente…” ripete lui con una smorfia di disgusto. “Per come vi conosco, voi, democraticamente, siete capaci di scegliere il peggiore. Voi, sempre democraticamente, siete capaci di mettere il timone nelle mani di qualcuno che non sa guidare nemmeno un pedalò!”

“Maestro, per come state parlando, non mi sembra che abbiate molta fiducia nella democrazia… eppure, è proprio grazie alla nostra democrazia che oggi possiamo parlare liberamente senza il timore di essere perseguitati e…”

“Ho capito: tu ti riferisci alle mie vicende politiche!” mi interrompe lui. “E’ vero che voi adesso avete tutta la libertà di scrivere e parlare; anzi, ne avete fin troppa. Ma vuoi dirmi che cosa avete combinato di buono con tutte queste parole in libertà?…”

“Ma la dialettica politica…”

A questo punto, mi ferma con un gesto deciso della mano e mi fa: “Il vostro discutere, più che la dialettica politica, mi ricorda i litigi delle lavandaie fiorentine!”

“E come fate a saperlo?”

“Perché io guardo la televisione; soprattutto quegli spettacoli dove c’è uno che sta in piedi a dirigere, quattro o cinque personaggi politici seduti alle poltrone, che parlano e se ne dicono di tutti i colori, e un centinaio di altre persone che se ne stanno ad ascoltare e ad applaudire… Io li sbatterei tutti quanti in Purgatorio, almeno per due o tre secoli!”

“Tutti quanti?… pure quelli che, poveretti, se ne stanno soltanto ad ascoltare e ad applaudire?…”

“Sì, soprattutto loro: i battitori di mani!… anzi, a pensarci meglio, meriterebbero di stare proprio all’Inferno, precisamente nel girone degli ignavi; ma io li mando in Purgatorio con la speranza che in due o tre secoli imparino.”

“Imparino che cosa, maestro?”

“Imparino anche a fischiare e a fare le pernacchie a quelli che parlano seduti alle poltrone!”

“Ho capito: vi sono antipatici perché sanno solo applaudire.”

“Se vuoi saperlo, io li trovo addirittura pericolosi; perché col tempo potrebbero prendere loro il posto dei navigatori.”

“Prendere il posto dei navigatori?… che cosa volete dire, maestro?… Non riesco più a seguirvi.”

“Non mi segui più?… e adesso ti spiego. Si è sempre detto che noi siamo un popolo di santi, poeti e navigatori; ma siccome i navigatori hanno fatto la fine che hanno fatto, per completare il terzetto, qualcuno potrebbe pensare di inserire al loro posto proprio i battitori di mani, che in Italia rappresentano una categoria in forte espansione.”

“Vorreste dire che, in futuro, potremmo diventare un popolo di santi, di poeti e… battitori di mani?”

“Proprio così; sempre se i santi e i poeti non faranno la fine dei navigatori e un giorno saranno sostituiti pure loro.”

“E chi li potrebbe sostituire, i santi e i poeti?”

“Non c’è che l’imbarazzo della scelta,” mi risponde lui. “Basta sempre cercare tra le categorie in forte espansione nella vostra Italia moderna e democratica: per esempio, c’è quella dei buffoni che va molto forte e, naturalmente, è molto applaudita… Ma adesso lasciami in pace perché mi devo riposare.”

“Vi lascio subito, maestro, e vi ringrazio.”

“Non c’è di che!” mi risponde acido il sommo poeta; e poi mi raccomanda: “Quando te ne esci, non lasciare aperto il mio portone.”

“Ho capito, maestro: avete paura dei ladri della Firenze medioevale…”

“Ma quale Firenze medioevale!…” esclama lui. “Quelli che mi fanno paura sono i ladri del vostro tempo, altra categoria in forte espansione. Da come ne sento parlare, sarebbero capaci di fottermi anche la Divina Commedia che ho appena terminato!”

Scendo le scale e richiudo il portone con tutta l’attenzione; poi mi metto a passeggiare avanti e indietro sopra il Ponte Vecchio.

Cerco disperatamente di convincermi che Dante sia grande poeta ma pessimo profeta: pensare che l’Italia possa davvero diventare una terra di buffoni, di ladri e battitori delle mani non mi lascerebbe un’altra scelta se non quella di buttarmi giù nell’Arno con tutti i panni addosso.

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